David Gilmour a Pompei: 7 & 8 Luglio.

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Presente chi è nato nell’anno in cui fu scritta “Wish You Were Here” (Vorrei che tu fossi qui), il 1975. E c’è chi è nato appena vent’anni fa. Nell’Anfiteatro degli Scavi di Pompei, la storia si prende la rivincita sui ricordi. Sul palco, David Gilmour – appena nominato cittadino onorario della cittadina vesuviana – torna a inventare magie rock a 45 anni di lontananza da quell’ottobre 1971, quando Adrian Maben diresse il rockumentary “Live at Pompeii”. Alle 21 in punto del 7 luglio l’avvio del concerto, replica l’8.
Adesso Gilmour – senza i compagni dell’epoca: Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright – risplende in autonomia arpeggiando la languida ed epilettica chitarra Stratocaster. Ad accompagnarlo, la formazione che include Guy Pratt (basso), Steve DiStanislao (batteria), Chuk Leavell (tastiere), Greg Phillinganes (tastiere), Chester Kamen (chitarra) e Bryan Chambers, Louise Marsden e Lucita Jules (alle voci). Inizia così, il suo concerto. Per la prima volta, nello spazio delle rovine, c’è il pubblico ad ascoltare un musicista rock. Probabilmente l’evento – esclusa la replica dell’8 luglio, start nuovamente alle 21 – non si ripeterà più.
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Duemilacinquecento facce luminose sono in stato di ipnosi, l’apocalisse della bellezza, un incanto, mentre l’ex Pink Floyd esegue le note di “5 a. m.” e “Rattle that Rock” (disco a cui si ispira il tour, esaltando la sua tecnica di bending. E quando mette a riposo lo strumento elettrico per raccogliere quello acustico e interpretare “…What have we found? The same old fears. Wish you were here” (Cosa abbiamo trovato? Le stesse vecchie paure. Vorrei che tu fossi qui) il rito è compiuto. Lo stupore si impossessa dei fan, storditi dalla bellezza di un suono che è contemporaneamente rock, letteratura, viaggio, poesia, cinema.
Gilmour imbastisce un’altalena tra i titoli delle sue opere soliste e l’antologia psichedelica dei Floyd. Si mescolano l’un l’altre “What Do You Want From Me”, “In Any Tongue” e “Money”, “One of These Days” (la sigla della trasmissione sportiva “Dribbling”) e “The Girl in the Yellow Dress”. Con la slide guitar ecco “The Great Gig in the Sky”. Al termine, Gilmour dice in italiano: “Grazie mille”. Applausi. Con “High Hopes” finisce il primo tempo.
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“Shine On You Crazy Diamond”, elegia per Syd Barrett (morto dieci anni fa), fondatore dei Pink Floyd, è uno shock a cielo aperto. Mentre la regia luci produce una stupefacente creazione scenografica che si intreccia alle stelle. Sull’anello superiore dell’Anfiteatro ogni faro viene manovrato da un addetto. Manualmente. E sposa i giochi di luce che coprono l’intero sito. Un’unica trama che fa il paio con il cerchio in palcoscenico e il relativo semicerchio invisibile che ogni volta accoglie proiezioni audaci e imprevedibili, e sintetizza la ricerca esoterica e primitiva della band londinese. La sua eredità ancora attuale
“Suonare sotto al Vesuvio mi fa sentire protetto e il rock mi mantiene giovane ancora oggi”, ci aveva detto Gilmour due giorni fa. Il suo rock da pace e energia a chiunque. C’è chi desidera “Breathe”, respirare soavemente, e si accontenta di “Sorrow”. E poi, in dedica a chi forse ha perduto le sue emozioni più essenziali e feroci, si abbandona in una esecuzione stellare di “Comfortably Numb”.

Fonte: Repubblica.it

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